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Glossario: profondità di campo (PdC)

La profondità di campo è un effetto dovuto alle caratteristiche ottiche delle macchine fotografiche, ed è una di quelle caratteristiche che differenziano la fotografia da altre forme d’arte figurative, come la pittura. Infatti nei dipinti (salvo tecniche particolari) tutto appare distinto e a fuoco, con lo stesso grado di dettaglio indipendentemente dalla posizione nello spazio. Nella fotografia, invece, possiamo avere parti a fuoco, distinte e precise, e parti sfocate.

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Glossario: tutta apertura

Tutta apertura (TA)

Si indica con “tutta apertura” (spesso abbreviato in TA) la massima apertura raggiungibile da un obiettivo; ad esempio, per l’AF-S 35mm f/1.8 la massima apertura è 1.8, per cui una fotografia realizzata con questa focale si dice realizzata a “tutta apertura”.

La resa a tutta apertura è uno dei parametri più importanti per un obiettivo: se infatti quasi tutti gli obiettivi (escluso i peggiori vetracci) funzionano egregiamente se diaframmati fino a f/8, i difetti di comportamento sono esasperati quando il diaframma viene aperto al massimo. È a questa focale che sono massimizzati aberrazioni cromatiche, perdite di nitidezza ai bordi e altri difetti.

È però anche a questa focale che si ottengono i risultati più interessanti: si minimizza la profondità di campo isolando maggiormente il soggetto dallo sfondo e si ha più luce a disposizione, permettendo tempi più rapidi.

Gli obiettivi più grossi e costosi hanno aperture massime basse (f/2.8 o f/4) che restano costanti al variare dello zoom. Gli obiettivi consumer hanno aperture massime più elevate (f/4 o superiori) che variano al variare della lunghezza focale.

Glossario: apertura

Apertura

In fotografia, si indica con apertura il rapporto fra la lunghezza focale dell’obiettivo e la dimensione del diaframma. È un numero quindi adimensionale che indica la luminosità dell’obiettivo. Generalmente l’apertura è espressa sotto forma di frazione del tipo 1/n e si indica come f/n

Fino a qui la teoria. Vediamo ora un po’ di pratica, applicata agli obiettivi che realmente si toccano con mano.

Partiamo considerando un obiettivo reale, ad esempio l’economico (ma formidabile) AF-D 50mm f/1.8; questo obiettivo ha una lunghezza ottica di 50mm ed una dimensione della lente frontale pari a 52mm. Internamente, tuttavia, è presente un diaframma che, quando l’obiettivo è aperto al massimo, ha un diametro pari 50/1.8=27.7

Il numero 1.8, infatti, indica il rapporto fra la lunghezza focale e il diametro massimo del diaframma. Volendo, posso chiudere il diaframma ottenendo aperture focali più basse.

Per convenzione, si indica ogni obiettivo con la propria apertura massima, che normalmente è il valore più importante. Più il numero che indica l’apertura massima è basso, maggiore è la quantità di luce che si può far arrivare al sensore (o alla pellicola) e, quindi, migliore è l’obiettivo.

Aperture massime maggiori vogliono dire lenti più grandi, quindi più vetro e tolleranze più critiche.

Questo è il motivo per cui un obiettivo con apertura massima f/1.8 (come l’AF-D 50mm f/1.8) costa un terzo rispetto ad un f/1.4 (come l’AF-D 50mm f/1.4). Gli obiettivi da kit, come ad esempio il l’AF-S 18-55mm hanno aperture massime piuttosto buie (f/3.5) e che variano a seconda della lunghezza focale: infatti il 18-55 è un f/3.5 a 18mm, ma solo un f/5.6 a 55mm.

Obiettivi più costosi (come il 24-70 f/2.8) sono più luminosi (apertura massima 2.8) e hanno apertura costante lungo tutte le focali: sono cioé dei f/2.8 sia a 24mm che a 70mm.

Le aperture che il diaframma può assumere sono solitamente tarate per essere disposte lungo una scala logaritmica, in modo che ogni passo faccia passare la metà della luce; questo vuol dire che per passare da un numero di apertura al successivo devo effettuare una moltiplicazione per radice di due, in quanto la luce che riesce a passare è proporzionale alla superficie che il diaframma lascia libero, ovvero al quadrato del diametro.

Per questo motivo la scala classica dei diaframmi è 1, 1.4, 2, 2.8, 4, 5.6, 8, 11, 16, 22, 32… Da un numero all’altro si arriva moltiplicando il numero precedente per 1.4, ovvero raddoppiando ogni due passi.

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